“Great opportunity…”, “I can recommend…”, “Please consider…”, “I’ll share this with…”, “Can I send you…”, “I’d love to hear more” sono alcuni degli incipit suggeritimi da LinkedIn sotto uno dei messaggi che appaiono sulla mia bacheca. La funzionalità non è nuova: lanciata nel 2017 in inglese è ora disponibile anche in altre lingue, tra cui l’italiano.

Come spiegato dal post sull’argomento nel blog del network di professionisti, «Le conversazioni che hai su LinkedIn possono aprire una moltitudine di opportunità, dalla presentazione al tuo prossimo capo al consiglio utile che ti può dare un collega nel tuo settore. Ma sappiamo che trovare il tempo di rispondere, o anche semplicemente reagire a uno scambio di messaggi può essere una sfida quando si aggiunge a tutte le cose che hai da fare. Per aiutarti a risparmiare un po’ di tempo e rispondere più facilmente ai messaggi […] ti suggeriremo al massimo tre risposte […]. Per esempio, se una vecchia amica ti chiede se puoi incontrarla per un caffè, vedrai suggerimenti come “Sì!”, oppure “Certo”, o ancora “A che ora?”».

Superato lo sbigottimento per una funzione così secondaria e con ogni probabilità non guidata da una richiesta degli utenti – io per esempio ho sempre trovato il tempo di rispondere alla sfida e scrivere “Sì” o “A che ora” a un’amica, per quanto fossi impegnata – ho iniziato a chiedermi allora quale fosse lo scopo reale per cui LinkedIn ha ritenuto di doverla sviluppare.

[Non è cospirazionismo: ogni volta che un’azienda tech dice di fare qualcosa per noi, quasi invariabilmente sta facendo qualcosa per il suo fatturato, qualcosa che potrà magari avere qualche ricaduta positiva sugli utenti ma di portata generalmente minore rispetto ai benefici che assicura per sé. Si pensi al targeting degli annunci pubblicitari («Sono più rilevanti PER TE!», dicono le aziende, «Dammi subito un ad blocker», dicono gli utenti) e più in generale a tutto quello che dice Facebook ogni volta che fa un comunicato stampa: dopo il greenwashing, ecco quello che forse dovrebbe essere chiamato bluewashing, la tendenza che viene dalla Silicon Valley di lastricare tutto di buone intenzioni, una specie di malcelato senso di colpa, una excusatio non petita per il fatto di essere, o voler essere, terribilmente ricchi.]

Tornando a LinkedIn e alle sue rispostine furbe, inizialmente ho pensato che un motivo plausibile potesse avere a che fare con la ricerca per il Natural Language Processing (NLP), che si nutre di big data. Avendo accesso a dati sulle risposte scelte dagli utenti, LinkedIn può migliorare o contribuire a migliorare i modelli di predizione e costruzione del linguaggio. Poi però ho trovato un’altra risposta, nascosta nemmeno troppo bene nelle parole del team che lavora alla funzionalità delle smart replies. Arpit Dariwhal, uno degli sviluppatori senior, dice in un’intervista a Mixpanel: «Non volevamo che i membri [di LinkedIn] avessero l’impressione di parlare in una stanza vuota».

A-ha! Ecco spiegato il piccolo mistero: le smart replies sono un altro metodo per aumentare l’engagement (e nel processo raccogliere dati, visto che ogni piccola azione che facciamo sulla piattaforma rimane appiccicata ai suoi enormi database).

Se vedo un post e ho l’impulso di fare un commento, ma qualcosa, dalla fretta all’incertezza, mi trattiene, posso contare su una serie di suggerimenti business-casual preconfezionati dalla piattaforma. So di non sbagliare, perché sono abbastanza neutrali e probabilmente corretti dal punto di vista di grammatica e ortografia, e dopotutto devo solo schiacciare un bottone, cosa istintivamente allettante soprattutto se uso il servizio dall’app. Dalla mia risposta ne nasce un’altra e voilà, ecco che è nata una conversazione e che le statistiche di utilizzo s’impennano, per dirla come Carcarlo Pravettoni.

Se da una parte sono sollevata per aver trovato un motivo, se non buono almeno sensato, per lo sviluppo di una funzionalità altrimenti del tutto superflua, dall’altra mi stupisce l’assenza di perplessità del Web in proposito. Certo a non molti interesserà un argomento del genere: c’è una nuova funzione? La uso/non la uso, mi piace/non mi piace, senza farmi ulteriori domande. Legittimo. Ma le critiche che ho trovato vertono più sullo sconforto per il declino di una società che ha bisogno dell’aiutino tecnologico persino per scrivere un semplice “Ciao” (come questo articolo su Forbes) o sul livello ancora troppo rudimentale delle risposte per fregare un professionista (ad esempio qui), oppure entusiasmo partigiano per il team di sviluppo della piattaforma (qui) o ancora la piatta cronaca da insider che trova il fine di aumentare l’engagement talmente ovvio da non rilevarne minimamente il cringe (qui Techcrunch).

Il problema, dal mio punto di vista, sta proprio in questo bisogno compulsivo di continuare a vendere e a circuire il compratore anche quando hai già concluso l’affare. Per quanto sia purtroppo impensabile che LinkedIn dica apertamente che le smart replies hanno uno scopo direttamente connesso ai loro obiettivi di business, c’è qualcosa di sordido nell’insistenza a volerci convincere che tutto è fatto per il nostro bene. Tra la narrazione che ci vuole talmente scemi da non riuscire a comporre una risposta di poche sillabe, lusingandoci al contempo con il complimento più ambito della nostra società ancora disperatamente yuppie («Sappiamo quanto siete impegnati!»), e quella dell’azienda che manipola freddamente senza spiegare nulla, preferisco quest’ultima.

LinkedIn è riuscita invece a fare entrambe le cose: trattarci da scemi MENTRE tenta di manipolarci per i propri fini economici.

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