Lanciare un’accusa di luddismo durante una discussione sull’introduzione di una nuova tecnologia è il modo più efficace per zittire chiunque abbia un atteggiamento cauto, e nel contempo sfoggiare un riferimento storico di cui pochi ricordano i dettagli. «Luddisti… non erano quelli che spaccavano le macchine industriali perché odiavano il cambiamento?». Ed è subito Game, set match per il tecno-inevitabilismo di chi pensa che il progresso non si possa fermare. Ma chi fossero i luddisti, da che ambiente provenissero, quali macchine andassero sfasciando, di chi fossero queste macchine e soprattutto perché questi signori fossero arrivati al punto di fare qualcosa di così estremo non è sempre chiaro, né interessa. È un peccato, perché la vera storia dei luddisti porta esattamente quel tipo di atteggiamento critico verso la tecnologia – critico come intendiamo la parola qui: non di avversione incondizionata ma di cautela e oggettività – di cui il dibattito odierno ha un grande bisogno.

Dei perché e i percome del luddismo

Date ed eventi si trovano facilmente online, da Wikipedia a testi più sfaccettati – particolare ad esempio il resoconto che ne fa Thomas Pynchon in un saggio pubblicato dal New York Times, “Is It O.K. to Be a Luddite?”, da cui prendo alcune nozioni – ma li riassumo brevemente qui. L’antefatto sarebbe avvenuto nel 1779, quando un personaggio dal nome forse fittizio di Ned Ludd irrompe, schiumante di rabbia, in un laboratorio di maglieria da qualche parte in Gran Bretagna e spacca con violenza un paio di telai per fare le calze. Da allora in poi il misterioso vendicatore entra nell’immaginario collettivo e viene soprannominato King (o Captain) Ludd: e ogni volta che un telaio britannico viene sabotato o distrutto, la gente si dà di gomito dicendo «Ci sarà lo zampino di Ludd».

Bisogna ricordare però che i telai per lavorare le calzamaglie non erano una novità, essendo stati introdotti nel settore un paio di secoli prima, per essere precisi nel 1589 (e sabotati già dall’inizio del ‘700). Ludd non stava quindi vigorosamente avversando una nuova tecnologia, e non lo si può tacciare di arretratezza o tecno-fobia, ma non stava nemmeno avversando una tecnologia vecchia, né tantomeno “la” tecnologia tout court. Il motivo che aveva esasperato King Ludd al punto da sfogarsi con tanta violenza sui telai era ben più profondo: la perdita di lavoro e il conseguente immiserimento di lui stesso (possiamo supporre) e degli artigiani tessili, soppiantati da macchine che non richiedevano che l’assistenza di operai non qualificati, spesso bambini. Siamo nel Settecento e la miseria, in quel contesto storico, è praticamente sinonimo di malnutrizione, malattia e morte.

Veniamo quindi ai nostri luddisti, che iniziano a far parlare di sé nel 1811, una trentina d’anni dopo l’exploit di King Ludd, quando inizia la massiccia introduzione di nuovi telai meccanici e nuove macchine per il finissaggio dei panni di lana (c’è da perdersi, nell’affascinante e complesso mondo dell’artigianato tessile preindustriale). Anche in questo caso, le nuove macchine non vanno a sostituirsi a lavoratori inesperti ma ad artigiani altamente specializzati, con alle spalle una tradizione di generazioni, spesso fieri del loro mestiere e con un tenore di vita confortevole per gli standard dell’epoca. Questi artigiani, che oltretutto operavano in laboratori domestici indipendenti ed erano liberi di organizzare la loro giornata lavorativa, si vedono rapidamente resi obsoleti, sostituiti dalle macchine azionate da qualche guitto pagato male e costretto a orari di lavoro massacranti nelle fabbrichette dei primi industriali britannici, imprenditori che iniziano a essere visti come usurpatori che non lavorano ma si arricchiscono a scapito degli artigiani.

Napoleone, l’embargo e i cattivi raccolti: se il 2020 è sembrato un pessimo anno è perché non eravamo in Gran Bretagna nel 1812

All’inizio dell’Ottocento, in Gran Bretagna (e in tutta Europa) non è solo la Rivoluzione Industriale a sconvolgere l’assetto economico e sociale e creare tensioni continue. C’è l’embargo voluto da Napoleone, di cui il settore tessile soffre particolarmente, che impedisce il commercio tra l’isola e l’Europa; ci sono i cattivi raccolti del 1809 e del 1810, che fanno crescere il prezzo del pane; e c’è un pulviscolo di altri eventi, cause e concause che rimescolano in continuazione le carte in tavola e cambiano gli equilibri nazionali e internazionali (si veda qui per un’abbuffata di nozioni sulla crisi del 1811), dispiegando i loro effetti in modi imprevedibili. In breve, l’introduzione delle nuove macchine tessili, che in altri momenti storici era stata forse meno problematica, è soltanto uno dei fattori che contribuiscono all’esasperazione del gruppo di artigiani che verranno poi conosciuti come luddisti.

Ragionevolezza 0 – Avidità 1

Come ho detto, i luddisti sono gente affezionata al proprio settore e fieri della loro abilità. Con l’introduzione dei nuovi telai sono frastornati dallo stravolgimento delle loro prospettive, indignati per il trattamento ricevuto dai padroni delle piccole fabbriche che li depredano del lavoro senza il più piccolo riguardo, confusi e semplicemente impoveriti.

Nonostante ciò la violenza non è la prima soluzione che adottano, e le ripetute richieste che rivolgono agli industriali e al governo parlano di progresso più dell’automazione portata dalle macchine. Ad esempio, chiedono di introdurre i nuovi macchinari in modo graduale, in modo da dare al settore il tempo di assorbire lo shock e riqualificare gli artigiani che fossero risultati in eccesso; emettere una nuova tassa sui tessuti lavorati a macchina e destinare i fondi così raccolti alle pensioni degli artigiani del tessile; istituire un salario minimo; adottare standard di sicurezza e umanità sul lavoro.

Anche se il sistema di fabbriche è ancora a uno stadio embrionale inizia a dispiegare immediatamente il suo potenziale dirompente sulla società; se ne accorgono in fretta i legislatori che introducono il reato di “Illegal combination”, che rende illegale ogni organizzazione di lavoratori, punibile con mesi di carcere o lavori forzati. È quindi con una certa apprensione che i luddisti tentano la strada della negoziazione, ben sapendo di dover formulare le loro istanze in modo da non ricadere nelle fattispecie previste dal “Combination Act” del 1800, atto in cui si trovano frasi come la seguente: “Ogni … lavoratore … che dopo l’approvazione di questo Atto entri in qualunque associazione per ottenere un avanzamento del salario, o per ridurre o modificare l’orario di lavoro, o per diminuire la quantità di lavoro, o per qualunque altro motivo contrario a questo Atto … sarà condannato al carcere per un periodo non eccedente i tre mesi di calendario …”.

Quando le buone non funzionano

Sfortunatamente – anche se prevedibilmente – i tentativi di negoziazione falliscono e, ogni strada legale ormai impercorribile, attorno al 1811 i luddisti si uniscono in una società che deve necessariamente essere segreta, cedendo come ultima ratio a un’escalation di violenza che inizia con la distruzione sistematica dei macchinari tessili e culmina nell’omicidio di un imprenditore laniero particolarmente avverso alle trattative.

Alla violenza degli associati si aggiunge la violenza dello Stato, e ben 14 prominenti rappresentanti del Luddismo, appena un paio d’anni dopo l’inizio della loro attività, vengono impiccati nel gennaio del 1813 a York in un’esecuzione pubblica che lascia gli astanti sotto shock e viene accuratamente documentata da diverse fonti.

Non solo disoccupazione

La feroce allegria degli imprenditori tessili travolge quindi un intero settore in un momento già complesso. Ma la disoccupazione o la diminuzione dei salari non sono gli unici problemi identificati con preveggenza dai luddisti: c’è anche uno stravolgimento troppo rapido della struttura sociale tradizionale, fino ad allora basata su workshop domestici e indipendenti e su piccole reti di artigiani. Il ribaltamento dei rapporti di potere, dove l’organizzazione del lavoro passa interamente nelle mani degli imprenditori tessili, crea situazioni difficilmente sostenibili, con l’imposizione di giornate lavorative di 12-13 ore e l’impiego di bambini, nonché l’impiego di donne spesso madri, dando inizio al difficile problema della cura dei bambini delle madri lavoratrici, ancora oggi un rompicapo ben lungi dall’essere risolto.

Le domande giuste

I luddisti sembrano essere molto consapevoli delle conseguenze possibili, probabili e certe dell’introduzione delle macchine tessili. Per dirla con Neil Postman, non si chiedono soltanto qual è il problema risolto dalla tecnologia, ma anche quali persone e gruppi sociali potrebbero esserne danneggiati più seriamente, quali nuovi problemi potrebbero sorgere in conseguenza della risoluzione del problema, quali persone e istituzioni potrebbero invece trarne uno speciale potere economico e politico.

Insomma, non sono affatto anti-tecnologia, ma mettono l’umanità prima del progresso, rischiando – e in qualche caso perdendo – la vita a causa di questo ideale che molti si affretterebbero a sottoscrivere.

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