Clubhouse sta facendo parlare di sé. Con attualmente (fine febbraio 2021) circa otto milioni di utenti, Clubhouse non dovrebbe essere che un bruscolino sul parabrezza di un social media come Facebook, che conta 2,8 miliardi di utenti stando agli ultimi dati ufficiali pubblicati, ma a quanto pare lo sta già mettendo all’erta, con piani sussurrati ma probabilmente, stando allo storico della piattaforma, fondati, di creare funzionalità simili. Si parla dell’esclusività di Clubhouse, che rende la partecipazione al network quanto di più desiderabile, al punto da spingere media prestigiosi come BBC a pubblicare articoli dal titolo clickbait “Cos’è Clubhouse e come essere invitati“; l’onnipresente Elon Musk ci ha invitato Putin; l’app è già proibita in Cina. Insomma, la piattaforma è già circondata da un irrefrenabile buzz.

Quello di cui si parla di meno è però più interessante, e cioè il fatto che Clubhouse ha già ricevuto, secondo alcune fonti, 100 milioni di dollari al suo secondo round di finanziamento.

Quanti sono 100 milioni? Tanti? Pochi? Quando si parla di cifre così, è difficile immaginarne il vero significato. Eppure nell’ambiente del capitale di ventura le cifre sono ben codificate e si portano dietro interpretazioni e promesse.

In particolare, un investimento da 100 milioni significa, a spanne, che gli investitori hanno stimato il valore attuale dell’azienda ad almeno un miliardo di dollari. E considerando il rischio elevato di un investimento del genere, un investimento che forse potrebbe essere chiamato un leap of faith, o per rimanere latini, un atto di fede, gli stessi investitori si aspettano un ritorno di almeno dieci volte tanto sul loro investimento.

Continuando a fare i conti della serva, un ritorno sull’investimento di un miliardo presuppone un valore di mercato dell’azienda a sua volta – e sempre a spanne – di dieci volte tanto, dieci miliardi; e se fanno fede (ancora fede…) i cosiddetti multipli, valori calcolati allo scopo di stimare il valore di un’azienda, che variano per ogni settore, un valore di dieci miliardi presuppone un fatturato annuale di almeno un miliardo, e la stima è prudente considerando l’euforia del settore tech.

Insomma, facciamo senza saperlo già parte di un sogno finanziario che cercherà con tutte le sue forze di realizzarsi; che cercherà di conquistare un monopolio di mercato, per poter garantire a una piattaforma “gratuita” fatturati miliardari.

Come saranno estratti questi fatturati? Da chi? Quanti utenti saranno necessari per raggiungerli? Stiamo pur sicuri che da qualche parte c’è un foglio Excel dove la traiettoria del social è già ben delineata – anche se in forma proiettiva e speranzosa – così come sono già delineati i KPI (Key Performance Indicators) che guideranno gli sviluppatori e i responsabili marketing nello sviluppo delle caratteristiche di usabilità e stickiness necessarie, almeno in teoria, per raggiungere gli obiettivi finanziari degli investitori.

È bene, è male? Non è tanto interessante in questo momento dare un giudizio morale sulla faccenda, quanto prendere piena consapevolezza del fatto che tutte le volenterose interpretazioni sociologiche e psicologiche che hanno già iniziato a comparire a proposito dell’affioramento di un social dedicato interamente alla voce diventano assolutamente ancillari rispetto all’imperativo economico che prima di tutto muove lo sviluppo della piattaforma.

Update 14/4/2021

L’industria dell’advertising guarda con sempre più interesse all’audio. Lo screenshot che segue è preso da G2, “marketplace tech” multinazionale con un’affidabile dipartimento di ricerca:

Il report prosegue dicendo che uno dei fattori che guiderà l’aumento dell’advertising audio è che i servizi di streaming hanno un’abbondanza di dati per identificare interessi e comportamenti degli utenti, il che permette di raggiungerli con annunci personalizzati. Un altro importante fattore è l’emergenza di infrastrutture programmatiche per l’acquisto di advertising audio – in soldoni, aste per posizionare annunci automaticamente, senza un accordo precedente tra brand e publisher, ma a seconda delle caratteristiche dell’utente derivate dai dati condivisi da questo. Google ha annunciato nell’agosto 2020 il lancio della versione beta di nuovi prodotti per supportare questa funzionalità.

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