Il Fedro di Platone, opera che ricordavo come “il dialogo sull’amore” (la famosa mezza mela), ha una coda che non conoscevo e che mi ha affascinata sia per l’originalità dell’argomentazione che per la sua attualità, che la rende applicabile al discorso sull’impatto della tecnologia sulla società e la cultura. 

Alla fine del dialogo Socrate racconta il mito di Thamos e Theuth all’allievo Fedro. Il filosofo compone la storia mentre è in cammino con Fedro, allo scopo dimostrare la superiorità della conoscenza acquisita con l’aiuto di un maestro per via orale rispetto a quella acquisita individualmente per via scritta, tramite i libri. Il mito viene in genere ripreso per parlare del tramonto della cultura orale in favore di quella scritta e su questo argomento dà una prospettiva preziosa, ma all’interno di questa favola di poche righe c’è anche abbozzato un discorso lungimirante sull’innovazione tecnologica. 

Ho riscoperto il Fedro perché il mito di Thamos è l’argomento del primo capitolo di Technopoly, libro di Neil Postman, educatore, sociologo e teorico dei mass media statunitense nonché autore di numerosi saggi sul sistema educativo, il linguaggio, la televisione e altri argomenti riguardanti l’evoluzione delle società moderne in relazione alla tecnologia. Non mi dilungo su Postman ma incoraggio chiunque ad approfondire la sua opera perché, oltre ad avere una grande erudizione che gli permette uno sguardo lucido e obiettivo sulla società, ha anche una rara chiarezza di esposizione che rende i suoi libri di piacevole lettura. 

Il mito di Thamos e Theuth

Siamo in Egitto e il faraone Thamos riceve il dio Theuth, di grande intelligenza e ingegno pratico, il quale gli presenta diverse sue nuove invenzioni che è convinto porterebbero grandi benefici se adottate da tutti gli egiziani.

Il faraone le valuta una a una e ne evidenzia pregi e difetti finché viene il turno della scrittura, che Theuth sponsorizza in modo particolarmente appassionato chiamandola “farmaco della memoria e della sapienza”. 

Thamos lo ridimensiona senza mezzi termini: «Tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria.» 

Il faraone è anche convinto che la scrittura, oltre a non aiutare la memoria, non aumenterà la sapienza, dandone invece l’illusione e creando così uomini con cui sarà difficile parlare «perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti.»

Nonostante oggi la sapienza non venga più chiamata in causa,  affermazioni molto simili a quelle del faraone egiziano vengono fatte in riferimento alla differenza tra conoscenza e informazione. Se Brin e Page, i fondatori di Google, si fossero presentati a Thamos con la loro creazione, probabilmente questi avrebbe detto loro che il motore di ricerca non è un rimedio per la conoscenza, ma per l’informazione, e che le informazioni consumate in modo eccessivo non solo non contribuiscono alla formazione della conoscenza, ma nemmeno alla formazione delle opinioni. 

Perché ci interessa?

Per quanto allettante, l’idea che ci troviamo in uno stato di eccezionalità permanente, in una nuova era di conoscenza e progresso o, al contrario, di stupidità e regresso, purché diversa in tutto da quelle precedenti, cade quando constatiamo quanto possono essere attuali opere composte migliaia di anni fa.

Se questa continuità ci può regalare il piacere di godere di Platone, ritrovarci in Dante, emozionarci davanti a un Caravaggio, il rovescio della medaglia è che ci sono aspetti negativi della psicologia umana e meccanismi sociali che rimangono uguali nel tempo in modo quasi sconcertante. 

Uno degli eventi che scatenano reazioni simili attraverso i secoli è proprio la diffusione di nuove tecnologie. L’approccio equilibrato di Thamos, volto a demistificare e dare valutazioni obiettive, è appannaggio di poche e, di regola, inascoltate persone. L’aspetto inusuale della reazione del faraone è proprio questo distacco, il suo non farsi incantare dall’invenzione del brillante Theuth né da quella che potremmo chiamare la sua strategia di marketing, studiata per affascinare l’audience ed enfatizzare le caratteristiche positive della scrittura dandone una caratterizzazione quasi salvifica. Così facendo Theuth non solo ne tralascia i potenziali svantaggi, ma non riconosce quello che l’adozione di una nuova tecnologia spesso porta con sé: la perdita di altre facoltà, abitudini e tradizioni, di cui viene frettolosamente dismesso l’uso e l’importanza. Questo atteggiamento tecno-entusiasta e sbrigativo nei confronti dello status quo può creare una reazione estrema di negatività e panico in chi non condivide la stessa visione.

Il tormento di Sisifo

Amy Orben, ricercatrice del Cognition and Brain Sciences Unit dell’università di Cambridge,  ha scritto di recente un interessante saggio, “The Sisyphean cycle of technology panics“, che mostra come molte argomentazioni utilizzate pro e contro le tecnologie entranti siano estremamente simili attraverso epoche diverse e perdano forza soltanto quando la tecnologia che trattano diventa obsoleta perché rimpiazzata da un’altra più nuova. 

Uno degli aneddoti raccontati nel saggio risale al 1941, quando la pediatra statunitense Mary Preston pubblicò lo studio  “Reazioni dei bambini ai film dell’orrore e i gialli radiofonici” nel Journal of Pediatrics, concludendo che i bambini del campione avevano sviluppato una dipendenza da questo tipo di intrattenimento, che ne deteriorava la salute impedendo loro il giusto riposo e li faceva comportare “come degli alcolizzati”. Le tormentose preoccupazioni per gli effetti della radio sui bambini si spensero quando la diffusione lampo della televisione ne scatenò di altre, che provocarono una nuova ondata di panico e ricerche accademiche, per poi essere soppiantate a loro volta da ulteriori preoccupazioni relative al computer, e così via. 

L’autrice lamenta la perdita di un’opportunità: quella di progredire collettivamente verso una best practice che ci permetta di affrontare le tecnologie entranti e il loro impatto sulla società forti di quello che abbiamo imparato nel ciclo precedente di innovazione tecnologica, e di ammortizzarne così le potenziali conseguenze negative.

Tecno-soluzionismo

Anche se riuscissimo a valutare obiettivamente gli effetti di una nuova tecnologia rimarrebbe il problema di rimediare a quelli negativi, come per esempio, per tornare a Thamos e Theuth, l’atrofizzarsi della memoria dovuto all’introduzione della scrittura.

Davanti a un inconveniente di questo tipo possiamo reagire in modi diversi. Una soluzione a basso costo e bassa intensità tecnologica potrebbe essere quella di provare a mantenerci autonomi esercitando la nostra memoria senza ricorrere a Internet ogni volta che non ricordiamo qualcosa. Un’altra soluzione, a costo elevato e alta intensità tecnologica, muoverebbe invece dalla premessa che il problema non sia la perdita di memoria, ma il modesto disagio di dover interrompere quello che si sta facendo per consultare un dispositivo. Questo ribaltamento di prospettiva può portare a pensare che sia necessario rendere il processo di ricerca su Internet ancora più immediato e senza frizioni. Tipicamente il mercato cercherà una soluzione di questo genere.

Per fare un esempio calzante, il Massachussets Institute of Technology sta studiando un dispositivo chiamato AlterEgo, che vuole “combinare umani e computer” tramite un sistema non invasivo che permette di conversare internamente con un computer e ottenerne informazioni, cercando così di rimediare a una conseguenza negativa della tecnologia (la diminuzione della memoria) con altra tecnologia (l’outsourcing completo della memoria a un dispositivo integrato con il nostro cervello).

Questa pratica ben consolidata viene chiamata da alcuni critici tecno-soluzionismo. 

Ne parla tra gli altri Evgeny Morozov nel suo libro “To save everything click here”, dedicato interamente all’analisi delle conseguenze delle soluzioni tecnologicamente semplicistiche a problemi complessi. In un paragrafo che ci riporta involontariamente al Fedro, Morozov parla dei “soluzionisti” in modo tranchant come di persone che “hanno una comprensione molto debole non solo della natura umana ma anche delle complesse pratiche che generano e fanno prosperare tale natura. È come se [e qui torna Thamos, nda] i soluzionisti non avessero mai vissuto una vita loro, ma avessero imparato tutto quello che sanno dai libri; e non da romanzi, ma da manuali per frigoriferi, aspirapolvere e lavatrici”. 

Emergono dal dibattito sulla tecnologia due fazioni intellettuali, quella di chi crede nella tecnica come supporto alla complessa natura umana e quella di chi, con così tanti esponenti nella Silicon Valley (come luogo fisico e “luogo dell’anima”) la considera uno strumento utile per semplificarne la complessità eccessiva: caratteristica non desiderabile e forse spaventosa. 

Ottimismo o pessimismo?

Potrebbe sembrare che chi opti per un approccio più cauto alle nuove tecnologie, come il faraone Thamos e Socrate (e Neil Postman),  sia alla meglio pessimista e alla peggio luddista. 

Io penso invece, come Morozov, che chi non vuole affidarsi ciecamente alla tecnologia per risolvere i problemi del singolo e della società abbia piuttosto un forte se forse ingiustificato ottimismo verso la natura umana. 

Gli ottimisti così definiti accettano la nostra complessità come ricchezza e hanno fiducia nella nostra capacità di apprendere e di modificare il nostro comportamento in risposta a una comprensione piuttosto che a una costrizione. 

E in fondo credono anche di più di certi estremisti liberisti nel valore della libertà dell’individuo, che vorrebbero indipendente da dispositivi e dettami aziendali. 

Quello che mi sembra che Platone, per bocca di Socrate e di Thamos, ci stia dicendo è di coltivare la nostra autonomia e indipendenza intellettuale, che possiamo veramente ottenere solo tramite una profonda comprensione degli insegnamenti ricevuti da persone che a loro volta li hanno compresi profondamente. 

Come questo sia in contrasto con il momento storico è innegabile. Lungi dall’avere maestri di riferimento raccogliamo i nostri insegnamenti da Google e Wikipedia, da quest’ultima in modo così impersonale che non sappiamo nemmeno il nome dei suoi autori – e nemmeno potremmo se lo volessimo. Se ci istruiamo spesso lo facciamo a distanza e in generale abbiamo una concezione della vecchiaia tutt’altro che positiva, costringendoci così a re-inventare la nostra sapienza generazione dopo generazione, come tanti Sisifo. 

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